La beffa della mobilità per gli ex operai Finmek

Per mesi senza assegno e ora costretti a restituire 4mila euro ciascuno all’Inps Lo sfogo dei lavoratori: in questa situazione è impossibile andare avanti
SULMONA. Prima la perdita del lavoro, poi la cassa integrazione e a seguire la mobilità non percepita per quasi nove mesi, infine il debito con l’Inps di 4mila euro ciascuno. È nel calvario dei lavoratori dell’ex Finmek, fabbrica sulmonese di supporti informatici chiusa da quasi 10 anni, che si sommano tutte le difficoltà possibili e immaginabili di chi è stato espulso dal mercato del lavoro e si trova a fare i conti con la sussistenza quotidiana. Non avendo più un luogo fisico dove incontrarsi, dopo la vendita del capannone alla zona industriale, gli ex dipendenti si ritrovano in piazza XX Settembre per condividere i sacrifici quotidiani e provare a farsi forza. Già perché l’ultima, che suona come una vera e propria beffa, è che l’Inps rivuole la mobilità percepita nei mesi scorsi dai lavoratori, che erano stati lasciati senza ammortizzatori sociali per circa nove mesi. Sono passati dalla mobilità di ottobre dell’anno scorso alla cassa integrazione straordinaria di gennaio i 120 dipendenti, senza percepire un euro, ricevendo addirittura un addebito da parte dell’Inps di 4mila euro ciascuno per i mesi di mobilità percepita e poi sospesa in seguito alla manifestazione di interesse arrivata sul sito e su cui gli ispettori del governo stanno indagando. Ora l’erogazione delle mensilità è almeno ripresa da tre mesi, ma l’ufficio sulmonese della Previdenza sociale non fa sconti ed è disposto solo a concedere una rateizzazione in tre tranche. I sindacati ne hanno chieste almeno 10 per andare incontro ai loro iscritti. E in sospeso fra un ammortizzatore sociale e l’altro, con un debito di 4mila euro e i continui ritardi nei pagamenti mensili, non si vive. Al massimo si sopravvive.
«Si prova ad andare avanti» spiega Maurizio Esposito, 57 anni con 34 anni di lavoro alle spalle, « io ho una moglie che fa la commessa e due figlie da mantenere. Una di loro va all'università e le spese sono molte. Le vacanze sono un lontano ricordo, così come andare in pizzeria ogni tanto. Non esiste comprare un pantalone o un paio di scarpe. Ma anche quando gli assegni di cassa integrazione arrivano non è facile vivere con 800 euro al mese». Senza lavoro da circa 10 anni e alle dipendenze dello Stato e dei capricci della burocrazia, condannati anche dai ritardi negli accrediti delle mensilità ad ogni rinnovo degli ammortizzatori sociali in scadenza. «Non sappiamo come andare avanti» interviene Antonio Pezzella, che ha lavorato 34 anni nella in fabbrica, «ho due figli che lavorano, ma non è comunque facile arrivare a fine mese. Purtroppo le bollette e la spesa non aspettano gli ammortizzatori». Ancor più grave la situazione di chi nella fabbrica, aperta il 5 settembre del 1977, aveva trovato non solo la speranza di un lavoro sicuro, ma anche l'amore della sua vita. È il caso di una coppia di coniugi, Roberto Spera e Walterina Carnelutti, che si sono conosciuti proprio fra le linee produttive dell'azienda e che ora sono senza lavoro. «Per noi è durissima» spiegano marito e moglie «mandare avanti una famiglia è pressocché impossibile con i due genitori che hanno perso il lavoro assieme». «Io non ho famiglia e vivo con mia sorella per dividere le spese», aggiunge Mario Ciacià, con 33 anni di lavoro in fabbrica alle spalle. Ma l’angoscia del futuro è ancor più pressante dei problemi del presente, visto che alla fine della mobilità, nel 2017, la gran parte di loro avrà 60 anni di età e 39 di contributi. Lanciano, quindi, l’ennesimo appello alla politica perché si ricordi che ci sono anche loro e le loro famiglie.
Federica Pantano
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