«Cari Domenico e Maria Paola, si è spento il sorriso della nonna»: la lettera di Parisse ai figli morti nel sisma

Il pensiero ai suoi ragazzi e un omaggio alla mamma Maria da poco scomparsa all’età di 90 anni: «Sono passati 16 anni da quando non siete più con noi. Un giorno saremo di nuovo insieme e sarà bellissimo». Ecco la versione integrale della lettera
Ciao ragazzi. Sono passati 16 anni da quando non siete più con noi. Questa volta avrei voluto darvi una buona notizia. I lavori di ricostruzione della casa che in quella notte senza alba fu la vostra tomba sono iniziati. Forse ci vorrà ancora qualche mese ma alla fine, come accade per tutte le cose materiali, “risorgerà”. Con lei anche gli altri edifici di Onna. Oggi si vedono molti cantieri. Un paio di “aggregati” devono ancora “partire”. Resta qualche “intoppo” che per adesso sta impedendo di intervenire in alcune situazioni spinose. Fra queste anche i locali dove vorrei sistemare, spero definitivamente, la mia, nostra, biblioteca (circa 15.000 volumi) e l’archivio (decine di faldoni) che parlano di Onna, della nostra famiglia, del terremoto. Ma questo è un aspetto che non vi voglio raccontare adesso. Spero solo che si risolva al più presto.
Sapete bene che biblioteca e archivio sono dedicati a voi sin da prima della tragedia che ha fermato la storia della nostra vita cambiandone il corso e il senso. Devo invece darvi una brutta notizia. Il 6 febbraio (il 6 come vedete ci perseguita) nonna Maria, che avrebbe compiuto 91 anni a giugno, ci ha lasciato. Se ne è andata nel sonno, senza fare troppo rumore. Ormai non mangiava quasi più e beveva acqua col contagocce. Non era malata, così come di solito si intende con la parola malattia. Negli ultimi mesi ripeteva spesso: “Non mi aspettavo una vita così lunga”. Lo diceva con la tristezza e la malinconia di chi sapeva di non avere più molto tempo e forse nemmeno lo avrebbe voluto. Era terrorizzata dall’idea di andare in ospedale. Aveva ancora il cuore che batteva regolarmente, ma un respiro che si faceva affannoso quando l’accompagnavamo a letto o se parlava un po’ più a lungo. Nei suoi sogni, anche da sveglia, rivedeva i flash del suo passato. Immaginava persone non gradite da scacciare anche con la forza. Una notte, erano da poco passate le 3, sentimmo dei colpi, come di porte sbattute, provenire dalla sua camera. Pensai ai ladri anche se l’allarme non era scattato. Ci precipitammo da lei e la trovammo seduta sul letto con il tutore ben saldo nelle mani trasformato in un’arma contro “invasori” notturni che non c’erano ma che lei vedeva benissimo davanti a sé. Stava accadendo tutto velocemente. Fino a poco prima di Natale 2024 i momenti di dissociazione erano stati pochissimi. Poi settimana dopo settimana, ora dopo ora, un crollo lento ma continuo.
Quel 6 febbraio si era sforzata di mangiare un po’ di minestrina ma non ce l’aveva fatta. L’unico “lusso” che si era concessa erano stati tre cioccolatini. L’ultimo poco prima delle 19. Poi aveva cominciato ad assopirsi sul divano. Mio fratello Renzo la portò a letto e, per metterla nella posizione che preferiva – quasi fetale a causa dell’osteoporosi che la tormentava da decenni – dovette sollevarla di peso. Ormai dormiva già. Alle 10 Dina l’aveva vista e sentita respirare. Dieci minuti dopo è toccato a me trovarla senza vita. Le presi il braccio alzandolo leggermente. Ricadde. Le toccai il volto non so se per farle un’ultima carezza o sperando che si scuotesse. Il suo corpo che negli anni era diventato sempre più piccolo e curvo non si muoveva. Il volto era sereno come di chi la morte l’aveva agognata. Mamma, vostra nonna, non c’era più. Il timone della mia nave si era bloccato per sempre. Piansi? Sì. Per un attimo. Dina mi carezzò una spalla. Lei aveva perso la madre Domenica tre anni prima e il padre Paolo nel 2017. Ora ci sentivamo più soli. Da quel momento, soprattutto quando si muore in casa, a prendere il sopravvento è la burocrazia. Erano le 22.30. Chiamai subito mio fratello Renzo e poi il medico, il dottor Gabriele De Cata che l’aveva in cura da anni e che l’aveva visitata fino al giorno prima. Venne subito per la constatazione di morte. Carlo Vivio, il titolare del servizio funebre fu altrettanto celere. Mamma, vostra nonna, da mesi aveva detto a tutti noi cosa avrebbe voluto subito dopo l’ultimo respiro. Il vestito scuro a righe lo aveva ben piegato e riposto in un cassetto del comò. E così le calze e le scarpe. Aveva i piedi molto gonfi e pensavamo che sarebbe stato difficile infilarle le scarpe che lei aveva scelto. E invece, come d’incanto, il gonfiore si era leggermente ridotto e con un calzare “l’operazione” riuscì in pochi secondi. Il volto era sereno. I capelli ben pettinati.
All’inizio di febbraio l’avevo trovata seduta sul divano e, a mo’ di battuta, le avevo fatto notare che i suoi capelli bianchi (da giovane aveva una splendida “criniera” che tendeva al biondo) erano un po’ arruffati. Mi rispose che entro il mese se li sarebbe fatti sistemare. Il giorno dopo la trovai con il taglio già fatto e la “testa” in ordine. La sera, prima di accompagnarla a letto, le dissi, fra l’altro, che stava bene, che era bella con quella “acconciatura” e, quasi inconsciamente, le avevo fatto una carezza. Lei si girò verso di me e sorrise. Fu l’ultimo sorriso dei tanti che sin da bambino mi aveva rivolto rassicurandomi sempre, anche quando incontravo ostacoli e non sapevo come fare per superarli.
Oggi posso dire che il sorriso di una madre è una forza capace di spostare montagne. C’è tutto: l’amore filiale, la capacità di comprendere, la “misericordia” per le cose sbagliate che ognuno di noi fa nella vita, la quiete dopo un giusto rimprovero, il sole che spunta dopo una notte buia. Quel sorriso, amaro ma potente, fu anche quello che le vidi sul volto la mattina del 7 aprile 2009. Era sul letto della casa di mia zia Ninina (Antonina) a due passi dal lago di San Raniero, a Civita di Bagno. Alle 3.32 del giorno prima lei era con papà Domenico nella stessa camera dove io sono nato. Papà fu trascinato insieme a pietre e legno e finì quasi in strada. Non ebbe il tempo di dire e fare nulla. Mamma non si mosse dal letto. L’osteoporosi la costringeva a indossare un corpetto a sostegno della schiena. La notte se lo toglieva ma questo le impediva di muoversi. Fu quella la sua salvezza. Costretta a restare ferma ebbe l’ulteriore ventura di finire dentro una “bolla d’aria” che si era creata per caso fra le travi e la copertura in legno rifatta non molti anni prima. Quella triste mattina, quando l’avevo già data per perduta, mio fratello e qualche soccorritore appena arrivato, sentirono un flebile lamento da sotto le macerie. Alle 7.30, 4 ore dopo, la vidi passare su una barella di fortuna. A me sembrò una scala di ferro con i pioli “tondi”, come quelle che si vedono nei cimiteri. Il volto era coperto di sangue, a stento riconoscibile. Il primo pensiero che mi venne fu: perché l’avete tirata fuori, ora soffrirà dolori fisici immensi per non parlare di quelli psichici. Seppi poi che fu portata, sempre su quella improvvisata barella, attraverso via Oppieti fino all’incrocio con la Statale 17 distante qualche centinaio di metri. Fu fermata un’ambulanza che andava verso L’Aquila proveniente dalla zona di Navelli. La destinazione fu l’ospedale San Salvatore. I locali erano stati evacuati per cui le vittime (fra cui voi e papà Domenico) vennero “depositate” in uno stanzone fino ad allora utilizzato come sportello Cup. I feriti furono poggiati alla meglio all’esterno, nei piazzali e nelle aree parcheggio. Quelli gravi furono smistati nei vari ospedali regionali ed extraregionali, i lievi venivano affidati ai parenti o avviati a destinazioni in alberghi e quant’altro. Pochi giorni fa, dopo la sua morte, ho aperto alcuni cassetti e ho trovato molte carte che lei aveva conservato con scrupolo.
La mentalità contadina (lei e papà hanno coltivato la terra da bambini) è sempre stata: non buttare nulla, un giorno potrebbe tornarti utile. A un certo punto è spuntato un documento. Portava la data del 6 aprile 2009. Un medico, dopo aver fatto (come, non lo riesco nemmeno a immaginare) una radiografia, certificava che non c’erano fratture ma solo ferite superficiali. Mi riesce difficile parlare di “miracolo” dopo che gran parte della nostra famiglia era svanita nella notte senza alba. Ma tant’è. Avevo chiesto a mio cugino Piero, un carabiniere, di “seguire” mamma e la “destinazione” vostra e di papà Domenico. Quando i medici dissero che per nonna Maria non era necessario il ricovero mio fratello decise di portarla a Civita di Bagno, nella casa della sorella Antonina (morta anche lei a più di 90 anni nel 2022) che per fortuna aveva retto bene alla scossa. Fu lì che il martedì mattina andai con Dina – grazie alla sua macchina che si era salvata dai crolli devastanti – per vedere come stava. La sera prima Renzo mi aveva detto che mamma non sapeva ancora nulla di quello che vi era accaduto. Quando arrivai avevo nel cuore la disperazione e nella mente il tarlo di come dire a vostra nonna l’indicibile. Stavo per entrare quando il mio telefonino squillò. Era don Claudio Tracanna, parroco di Pizzoli, che mi passò l’arcivescovo monsignor Giuseppe Molinari scampato non si sa come al crollo della sua stanza a due passi dalla cattedrale. Furono parole di conforto che mi “distrassero”, tanto che entrai a casa di mia zia mentre ancora parlavo con Molinari. Appena finita la conversazione mio fratello mi disse che mamma già sapeva. Entrai nella camera. La trovai sul letto, mi volgeva le spalle. Girò la testa e vidi un volto senza lacrime, fiero. Fu come una frustata. Le ferite sul volto che il giorno prima erano sanguinanti erano state curate alla meglio. I segni c’erano, e anche ben evidenti, ma furono illuminati da quel suo sorriso leggero, semplice, colorato come l’arcobaleno che si staglia all’orizzonte dopo un violento temporale. La vita di tutti noi era spezzata ma non doveva fermarsi lì. Parole? Poche. Il dolore non ha bisogno di chiacchiere. Fu una lezione di vita che non dimenticherò mai. Se oggi sono ancora qui a scrivervi, insieme a mamma Dina, è anche grazie a quel volto che aveva la stessa luce rassicurante che ogni mattina inaugura un nuovo giorno. Quel sorriso l’ho rivisto, come vi ho già detto, un po’ prima che ci lasciasse. Lei andava a dormire sempre un po’ più presto. Fino a un paio di anni fa, d’estate, anche intorno alle 22. Poi man mano negli ultimi mesi al massimo alle 20.45. Mi diceva: vedo un telegiornale e poi vado a riposare. Faceva eccezione il venerdì. Alle 20.30 non voleva perdersi “L’Aquila al centro” la trasmissione che curo per Rete 8 da ormai sette anni. Quando poi andavo per accompagnarla in camera non mancava mai di un piccolo commento: bello quel paese, non l’avevo mai visto così. Era rimasta colpita soprattutto da Sant’Eusanio – dove era nata la mia nonna paterna, Clarice – borgo che lei aveva frequentato spesso in passato e da Monticchio dove era nata sua mamma (e mia nonna) Onorina Garofalo morta nel 1937 per una polmonite che oggi si curerebbe senza problemi. Onorina lasciò tre figli piccolissimi: Romolo, Antonina e Maria e il marito Giandomenico che tempo dopo si risposò con quella che ho sempre chiamato “Nonna Lina”. Da quel secondo matrimonio nacque Giovanni.
Nell’ultimo mese mamma-nonna Maria dormiva molto e intorno alle 19 già chiedeva di poter andare a riposare. Avevo notato un suo costante disinteresse per le cose del mondo. La televisione non la accendeva quasi più salvo che per la messa e il rosario su Tv2000. Pochi giorni prima che ci lasciasse, io, zio Renzo e mamma Dina la stavamo aiutando ad alzarsi dal divano. Sembrava scocciata per il fatto che la sua condizione creasse, a noi, problemi. Io le dissi: «Mamma non ti preoccupare, se stai bene tu stiamo bene tutti». Lei si girò con quel suo sguardo che metteva sempre un po’ di soggezione: «Mi raccomando, voletevi sempre bene, tu continua a fare il giornalista». E io: «Certo, lo faccio ormai da quasi 40 anni!». E dopo averle parlato dei suoi capelli la accarezzai con un tocco leggero. Fu lì, come vi ho detto prima, che spuntò quel sorriso. Indimenticabile. L’ultimo. Alle 22.15 del 6 febbraio aveva il volto di chi si era semplicemente addormentata, di chi in fondo aveva vissuto senza doversi rimproverare nulla e senza chiedere nulla. Nonna ora è con voi e con nonno Domenico nella cappellina nel cimitero di Paganica. Quando sono andato pochi giorni dopo il funerale, entrando mi sono trovato voi sulla sinistra e papà e mamma sulla destra. Ho avuto quasi una vertigine. Passato e futuro con c’erano più. Mi sono sentito come su una barca in mezzo alle furiose onde del mare. Solo, triste e incapace di fare qualcosa per salvarmi dal naufragio. Ma sono ancora qui a scrivervi. Io e mamma Dina vi pensiamo sempre di più. Pensiamo a quello che poteva essere e non è stato, pensiamo a una vecchiaia già incipiente che non potrà godere nemmeno di una vostra telefonata. Un giorno saremo tutti in quella cappellina. Saremo di nuovo insieme. E sarà bello. Bellissimo. Ciao ragazzi. Ciao Domenico, ciao Maria Paola. Fate i bravi! Al prossimo anno. A Dio piacendo!
Mamma e papà 6 aprile 2025