«Sei gay» e perseguitano un 14enne. Ma il giudice perdona i cinque bulli

20 Marzo 2025

La vittima: «Io, vessato dai miei compagni perché bisessuale. Ho dovuto cambiare scuola». Ecco il drammatico racconto 

L’AQUILA. Lo hanno vessato e molestato, discriminato e deriso, perché si era dichiarato bisessuale. Per cinque mesi un quattordicenne è stato ostaggio delle angherie di un gruppo di bulli, sia a scuola che all’interno dell’autobus, durante il tragitto per andare da casa a lezione. Pochi giorni fa, a distanza di oltre due anni e mezzo da quegli episodi avvenuti nel Pescarese, il giudice del tribunale per i minorenni dell’Aquila Cristina Tettamanti, su richiesta del procuratore David Mancini, ha concesso ai cinque studenti terribili il perdono giudiziale. Si tratta di un istituto previsto nel processo minorile con il quale si riconosce che è stato commesso un reato e anche che gli imputati sono responsabili, ma lo Stato rinuncia alla condanna, in considerazione dell’età, per consentire un più rapido recupero sociale.

«Ho iniziato a stare male quando mi sono dichiarato bisessuale con chi pensavo fosse mio amico». Comincia così, davanti a un maresciallo dei carabinieri e a una psicologa, il racconto di Andrea, che vive nel Pescarese. Il nome è di fantasia (così come gli altri che indicheremo), ma le sue parole sono tremendamente vere. Andrea parla per quasi un’ora, ripercorrendo le prepotenze e le umiliazioni che, come riassumerà nel capo d’imputazione il pubblico ministero, gli hanno provocato un «perdurante stato d’ansia e di malessere con crisi di pianto», spingendolo «a intraprendere un percorso psicologico, nonché determinando un cambiamento sulle sue abitudini di vita tanto da indurlo a cambiare scuola». Da qui il reato di atti persecutori formulato nei confronti dei cinque bulli, all’epoca dei fatti di età compresa tra 14 e 15 anni, residenti fra il Pescarese e il Chietino.

«Da quando ho detto di essere bisessuale», prosegue Andrea in caserma, «ho iniziato a essere percosso e ingiuriato. Un giorno ho subito un calcio da Lorenzo. Altri tre studenti mi hanno insultato dicendomi: “Ricchione, frocio, finocchio”. Altri ancora hanno cominciato a lanciare pigne al mio indirizzo. Questo è accaduto nel piazzale di scuola. In quel momento il professore non si è accorto di nulla. Ma, quando sono rientrato in aula, mi sono messo a piangere. Gli ho raccontato i fatti e lui ha parlato con la preside, però la situazione non è migliorata. In quel periodo, sull’autobus di ritorno a casa, gli stessi tre ragazzi dell’episodio delle pigne mi hanno deriso e insultato dicendo che mi volevano toccare perché ero gay. Da quando mi sono dichiarato, quasi quotidianamente, ho subito prese in giro dai miei compagni. In una circostanza mi hanno anche accerchiato e offeso in classe. In un’occasione, a seguito del mio racconto, una professoressa ha richiamato i ragazzi in questione. Ma loro hanno negato l’accaduto».

Il quattordicenne perseguitato aggiunge dettagli dolorosi: «I miei professori non hanno mai preso le mie difese o punito i responsabili. Solo la preside ha fatto un richiamo alla classe, ma la situazione non è cambiata. Un giorno un mio compagno di classe mi ha anche minacciato con un coltellino perché voleva il mio carica batterie. Ho riferito tutto a mia madre che, a sua volta, lo ha detto alla preside: quello studente è stato poi punito».

Lo scenario descritto da Andrea è di profonda sofferenza. «I primi insulti», mette ancora a verbale, «sono iniziati per i miei atteggiamenti non proprio virili e i miei gusti musicali retrò. Ogni giorno prendevo offese e tornavo a casa piangendo. Per questo, ne ho parlato con i miei genitori e amici più stretti. Ho frequentato una psicologa: quegli incontri mi hanno aiutato a togliermi il malessere che avevo dentro a causa di questa situazione». È stata la madre di Andrea a fare scattare le indagini dopo una segnalazione ai carabinieri. «Alcuni ragazzi», spiega la vittima, «una volta saputo della denuncia, hanno cambiato il loro atteggiamento, ma solo per paura; altri, invece, si sono arrabbiati. Quando venivo insultato, reagivo e cercavo di ribattere. Alcune volte, però, ho subito e sono rimasto zitto. Ho deciso di cambiare scuola principalmente per questi problemi».

Per Andrea non sono mancate silenziose complicità: «Durante l’anno nessuno mi è stato vicino. Coloro che hanno tentato di difendermi, in realtà, si sono dimostrati dei falsi amici, perché mantenevano i loro contatti con quei ragazzi che mi maltrattavano. L’ultimo giorno di scuola, sapendo che sarei andato via, i falsi amici di cui sopra mi hanno salutato volgarmente con il dito medio. L’unica professoressa che mi ha salutato è stata quella di Religione. Non ho mai considerato gli altri insegnanti come persone che potessero aiutarmi. Anche la richiesta di cambio classe non mi è stata concessa».

Ascoltata dai carabinieri, la dirigente scolastica precisa anche di aver parlato con i bulli delle vessazioni verso Andrea. Quasi tutti «si sono dichiarati estranei ai fatti», ricostruisce la preside. Solo uno ha accusato uno dei compagni di «aver usato espressioni tipo “gay, ricchione”. Ha ammesso che anche lui, a volte, ha pronunciato sul bus parole offensive, ma che tra ragazzi usano spesso fare così e che anche Andrea offende e insulta i compagni, magari per questioni legate a squadre di calcio. Ma non lo fanno per cattiveria: è una sorta di sfottò».

Gli imputati, difesi dagli avvocati Marco Femminella, Stefano Sassano, Manuel Sciolè e Antonino Orsatti, potranno decidere se impugnare la sentenza. Il perdono giudiziale, infatti, non esclude alla vittima la possibilità di avviare un procedimento civile per chiedere il risarcimento dei danni.

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