Magistrato a 26 anni, la storia di Francesco Vincelli: «La meritocrazia premia, ma ho fatto tanti sacrifici»

4 Aprile 2025

È tra i più giovani d’Italia a vincere il concorso: «I miei esempi? Falcone e Borsellino. Voglio combattere la mafia». E ai coetanei dice: «Credete nelle vostre capacità e siate motivati, solo così si va avanti»

PESCARA. I film con Falcone e Borsellino, il sentimento forte di giustizia e il coraggio di lottare contro la mafia. È questo il filo rosso che da quando era bambino intreccia ogni scelta di Francesco Vincelli: a 26 anni è tra i più giovani magistrati d’Italia. Pescarese doc, dopo il diploma al Da Vinci, Vincelli si è laureato in Giurisprudenza «in quattro anni» all’università Luiss di Roma, ha superato il concorso per la professione di avvocato e poi ha seguito l’iter per la magistratura. Fino a quando qualche giorno fa, sul sito del Consiglio superiore della Magistratura, è apparsa la nomina. Una passione, quella per la giustizia, che si è coltivato tutto da solo: mamma e papà indossano il camice bianco. «Io ho sempre studiato per fare il magistrato», racconta al Centro il giovane, che non nasconde i sacrifici per studiare, le serate passate sui libri per raggiungere un traguardo così importante a questa età.

Una laurea in Giurisprudenza in quattro anni, ha bruciato le tappe.

«Sì, ne ho impiegati quattro al posto di cinque proprio perché il percorso di studio era lungo e quindi mi sono voluto anticipare un po’ con l’università così da poter studiare per il concorso. Volevo fare il magistrato fin dall’inizio».

Ha mai pensato a un’alternativa?

«No, ho sempre voluto fare questo lavoro»

Mi racconta cosa è accaduto dopo la laurea in Giurisprudenza?

«Ho svolto un tirocinio di 18 mesi in tribunale a Pescara, affiancando un giudice, mentre studiavo per il concorso in magistratura. Ho anche partecipato e vinto il concorso per ufficiale nella guardia di finanza, ma ho rinunciato per seguire la mia vocazione nella magistratura»

Ha vinto due concorsi.

«Sì, ma il mio obiettivo è sempre stato la magistratura. Quando l'ho raggiunto, ho lasciato le altre opportunità»

Durante il suo percorso di studi, ci sono state delle persone di riferimento?

«Sì, il consigliere Marco Fratini, docente della scuola di preparazione al concorso in magistratura, è stato un mentore. Il giudice Patrizia Medica ha alimentato il mio senso di giustizia, e l’avvocato Marco Zanna, nel suo studio ho svolto la pratica forense, mi ha fornito preziosi insegnamenti»

E poi Falcone e Borsellino.

«Il mio obiettivo è sempre stato diventare magistrato antimafia; in futuro vorrei essere pubblico ministero. Figure come Falcone e Borsellino, che hanno sacrificato la vita per la giustizia, rafforzano in me il senso di responsabilità. In una società dove i giovani spesso perdono questi valori, esempi come i loro rappresentano una luce e rafforzano la fiducia nelle istituzioni»

E si è mai sentito inadeguato?

«Sì, quando i miei amici uscivano e io restavo a casa a studiare. Tuttavia, la motivazione nasce dalla scelta di un percorso che appassiona. Ed è quella passione che ti aiuta a dare un senso anche ai sacrifici»

Niente uscite il sabato sera?

«Non mi pesava; ero motivato dal diritto e dalla possibilità di essere utile alla società»

Ma adesso ha un po’ di tempo libero?

«Sì, ora posso dedicarmi a passioni come il calcio. Sono dedito allo sport che mi ha aiutato anche durante gli studi»

Oggi fa anche altro?

«Lavoro anche all’università di Pescara come cultore della materia in diritto penale nella cattedra del professore De Santis. L’insegnamento e la ricerca sono aspetti centrali del mio percorso»

Cosa vuole trasmettere ai giovani?

«Credere nelle proprie capacità e non scoraggiarsi davanti alle difficoltà. Lo studio è fondamentale, ma servono anche motivazione e perseveranza. I concorsi pubblici richiedono impegno e sacrificio, ma con metodo i risultati arrivano. A chi sogna di lavorare nelle istituzioni, consiglio di non arrendersi mai e di affrontare ogni sfida con passione»

Secondo lei cosa dovrebbe cambiare nel sistema giudiziario in Italia, per renderlo più efficace?

«Il problema principale penso sia la durata dei processi. Tuttavia, la durata è legata alla tutela dei diritti. Il nostro processo è strutturato per garantire al massimo i diritti dei cittadini. Le recenti riforme mirano a ridurre i tempi processuali e a rendere il sistema più efficiente, ma sarà fondamentale monitorarne l'impatto concreto. Il bilanciamento tra rapidità e garanzie è essenziale per una giustizia di qualità».

Parliamo della separazione delle carriere, un punto che oggi ha portato più di una volta le toghe a manifestare in piazza.

«L'indipendenza della magistratura è un pilastro del nostro ordinamento. È fondamentale ricordare che i magistrati operano sulla base della legge e devono restare impermeabili a ogni forma di pressione esterna. La separazione delle carriere potrebbe far venir meno queste garanzie e non credo sia la soluzione ai problemi della giustizia. Al contrario, è necessario investire sul sistema, ad esempio potenziando l'organico e valorizzando strumenti già esistenti come l'Ufficio per il processo, che ha consentito un notevole smaltimento dell'arretrato. Dovremmo rafforzare e sostenere il ruolo del magistrato, non indebolirlo o metterlo nel mirino»

Torniamo a lei, prossimo obiettivo professionale?

«Il mio obiettivo principale è svolgere il ruolo di magistrato con dedizione, senso di giustizia e rigore. Tra le sfide che sento più urgenti e che mi stanno più a cuore c'è sicuramente la lotta alla mafia. Contrastare le organizzazioni criminali significa tutelare i diritti delle persone e difendere le istituzioni democratiche. È una battaglia che affronterò con la stessa determinazione che mi ha guidato nel mio percorso finora».

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