Veglia per ricordare chi non c’è più

7 Ottobre 2009

In piazza Duomo il dolore dei parenti delle vittime del sisma

L’AQUILA. Ieri sera ho visto due città. Quella chiassosa e festaiola alla villa comunale e quella silente e raccolta in piazza Duomo. Due facce della stessa medaglia: il dolore e la voglia di ricominciare. E chissà se non è proprio il dolore a fare da carburante alla speranza. Ieri sera, sei ottobre, sei mesi dopo. C’è come la voglia di riconquistare gli spazi. Di respirare senza più la bombola di ossigeno.

Antonietta Centofanti prima del sei aprile, per me caposervizio della redazione dell’Aquila del Centro, era soprattutto una voce al telefono. Chiamava per segnalare conferenze stampa, iniziative culturali. Era l’anima di una città spesso ignorata, fatta di tante associazioni capaci però di confrontarsi con le varie sfaccettature della realtà. Oggi Antonietta Centofanti è una donna piegata dal dolore. In quella notte, alla casa dello studente, ha perso suo nipote. E da allora ha preso un impegno soprattutto con se stessa: «Non mi fermerò fino a quando qualcuno non ci dirà perché quella casa è crollata, perché gli allarmi non sono stati ascoltati, perché un alloggio di quel tipo è finito in frantumi».

Ieri pomeriggio l’ho incontrata una prima volta in piazza Duomo: era lì per un collegamento con la tv satellitare Sky. Mi ha salutato e mi ha invitato a ripassare nel tardo pomeriggio, sempre in quel posto, al centro della città ferita. «E’ il nostro appuntamento» mi ha detto «oggi sono sei mesi dalla scossa ma noi saremo in piazza anche fra un mese, due mesi e così via, fino a quando non avremo giustizia». E così, poco prima delle 19 sono arrivato in piazza Duomo. Prima ho parcheggiato con un po’ di fatica alla villa comunale. Ho pensato: guarda un po’, è quasi come nell’altra vita, quando fra le 17 e le 20, trovare un posto auto nell’anello intorno alla villa comunale era come vincere al superenalotto. Il brusio di una folla festosa era appena coperto dalla musica. Mi sono fermato un attimo per capire quale melodia stesse facendo da colonna sonora a quel momento ricreativo (pizze e bevande per tutti). Vai a sbagliarti: era la canzone «Domani» realizzata dai più importanti artisti della musica leggera italiana. Il cd messo in vendita in tutta Italia serve a raccogliere fondi per i terremotati. E’ un inno alla speranza. Anche chi si diverte non può dimenticare i lutti e le macerie.

Mi sono avviato lungo corso Federico II. A sera la città sembra ancora più spettrale. Dalle finestre non filtrano luci. La strada è buia e quando arrivi sotto all’impalcatura all’altezza dell’ex Standa hai quasi paura. Senti colpi qua e là. Ci sono ancora operai al lavoro e i vigili del fuoco non si fermano un attimo. Sono loro il punto di riferimento. Se li vedi in azione stai più tranquillo.
La veglia in piazza è una cerimonia laica. Intorno alla grande fontana c’è chi ha posato dei lumini. Sono le fiammelle che il terremoto, con la complicità degli uomini, ha spento in quei venti secondi di orrore.

La notte azzera lo sguardo. Scompare la cattedrale, scompare la cupola in gabbia della chiesa delle Anime Sante. Scompaiono i lunghi bracci delle gru. Ci sono circa cento persone, messe in circolo. Nessuno slogan, nessun grido scomposto. Silenzio. Posato a terra uno striscione: assassinati alla casa dello studente. A fianco i nomi di otto giovani: le vittime delle mani assassine.

C’è una ragazza che sta leggendo un articolo di giornale. Parla del dramma di Messina, delle decine di persone travolte dalla melma di una montagna fatta a fette dall’acqua. Mi colpisce un passaggio: il fango è peggio del terremoto. Sotto le macerie se sei fortunato puoi riuscire a respirare. Nel fango no. Non c’è scampo. Ti chiude la bocca, il naso, gli occhi. Ed è già la tua bara.

A Messina come all’Aquila: non è la natura che uccide, è l’uomo che non rispetta l’ambiente e costruisce case dove non si dovrebbe.
Intorno nessuno fiata. Si sente il rumore dello zampillo dell’acqua che cade nel vascone. Un mezzo dei vigili del fuoco ti risveglia dall’emozione: il terremoto è lì, si vede e si tocca. Guai a dimenticarselo. Poco dopo una ragazza, quasi accovacciata a terra, comincia a leggere il racconto di una madre che fra sassi e polvere ha visto morire due delle sue figlie.
Bastano poche righe e riconosco l’autrice. E’ Tiziana Colaianni. E’ di Onna. Abitava in via delle Siepi.

Il testo recitato in piazza inizia così: «Sai una di quelle giornate che vorresti che non si facesse mai giorno? Quell’angoscia che ti prende perché non sai come iniziare la giornata? Per me ultimamente è così quasi tutti i giorni. Avere davanti tante ore e andare a elemosinare un qualcosa da fare è pesante ma lo fai perché è ancora più pesante non avere niente da fare».